È difficile prendere sul serio un cibo che trema. La gelatina è l’antitesi della solidità: non è né liquida né solida, è una creatura anfibia della tavola. Non ha il gusto della frutta o la fierezza della carne. C’è in essa un’esitazione, una vibrazione continua, come se l’intero piatto stesse aspettando un applauso che non arriverà.
Dal punto di vista chimico, la gelatina è un miracolo molecolare che si regge su equilibri sottilissimi. Basta un cambio di temperatura, un colpo di cucchiaino, e l’incanto si scioglie. Ma proprio questa precarietà ne ha fatto un simbolo modernista: un alimento da esposizione, più che da nutrimento.
C’è dunque qualcosa di profondamente teatrale in questo composto. Brilla sotto la luce artificiale, sembra compatta e rassicurante, ma al primo tocco rivela la sua natura instabile. È la scenografia che prende vita, l’oggetto che non smette di ricordarti la sua fragilità. Non sorprende che sia stata considerata un cibo da vetrina: una promessa dolciastra, democratica e industriale, che scivola in gola senza mai incontrare resistenza.
La gelatina, in definitiva, è il trionfo della superficie: eppure, è una grande lezione filosofica. È l’emblema della struttura che si regge solo finché nessuno la disturba. È l’oggetto che mostra quanto la stabilità sia sempre relativa, quanto ogni consistenza sia un compromesso provvisorio.
Ed ecco che alla fine del banchetto la metafora si impone: l’informazione artificiale è una gelatina. Levigata, colorata, presentabile, ma senza presenza. È il fast food della conoscenza, l’all-you-can-eat del senso comune, in cui la quantità trionfa sulla qualità e il luccichio sostituisce la sostanza.
Un giornalismo – se così possiamo chiamarlo – solo da inghiottire.
